Capitalismo, imperialismo, Stati, mercato, Berlusconi, la FIAT e la sinistra
Comunità Comuniste

“When you have eliminated the impossible, whatever remains,
however improbable, must be the truth.”
Sherlock Holmes

Avevo preparato questo scritto una decina di giorni fa, prima della conclusione della vicenda Fiat. Ora, a vicenda di fatto conclusa, tutti i commentatori, di sinistra e di destra, guardano stupefatti a questo “intervento dei governi e degli Stati” in una “faccenda di mercato”.

Ma siamo scemi? Ma quando mai è esistito un capitalismo senza Stato?

Sono addirittura imbarazzato a dire che sono stato facile profeta (chi legge il seguito capirà il perché). E sono imbarazzato perché in realtà ho scritto una cosa normalissima, mentre solo i cocciuti e i sognatori di vocazione o di professione persistono a negare l’evidenza.

Lasciando perdere quel che dicono alcuni (solo alcuni) settori della destra, consideriamo l’atteggiamento della sinistra, che varia tra il desolante e l’estremamente pericoloso.

Leggete i commenti. La “sinistra riformista” passa dal difendere per principio il nonintervento dello Stato (ovvero a difendere l’esistenza dell’unicorno), alla recriminazione che i governi russo e tedesco non sono stati a guardare (ovvero che l’unicorno non esiste) per finire con l’inevitabile, ma a quel punto paradossale accusa a Berlusconi di essersi defilato.

“Spero non lo abbia fatto perché amico di Putin!” Questa la stupefacente insinuazione di Epifani, che denuncia così la sua preferenza per la “soluzione americana”.

Infatti in questa partita si sono confrontati gli Stati Uniti (che sostenevano l’opzione Chrysler-Fiat-Opel), i settori più accorti del mondo politico e imprenditoriale tedesco (Schröder in testa con le sue fortissime liaisons russe) e gli interessi nazionali Russi.

Non so se Berlusconi abbia tifato per questi ultimi (il suo “Giornale” ad ogni modo tifava per Fiat). Più che altro credo che in questo scontro avesse poca voce in capitolo e non sapesse nemmeno bene cosa fare.

La soluzione Chrysler-Fiat-Opel non è una soluzione “nazionale”, checché ne dicano i perenni sostenitori di sinistra della Fiat (incidentalmente ricordo che qualche decennio fa l’avvicinamento Fiat-sinistra riformista era spesso al centro delle accuse dei gruppi extraparlamentari, i cui attuali residui ed epigoni nemmeno riescono più ad arrivare a quelle scarne e rare intuizioni).

La soluzione che piaceva ad Obama gli piaceva proprio perché permetteva agli USA di mantenere in Europa una potente quinta colonna degli interessi USA (a suon di iniezioni di denaro pubblico statunitense), da mettere di traverso ad esempio ai disegni di sganciamento dal controllo statunitense sulle politiche energetiche (esemplificati dal progetto di gasdotto italo-russo South Stream e da quello russo-tedesco North Stream).

Al contrario, ai tedeschi l’idea di foraggiare Marchionne con denaro pubblico via Opel (così come il “mago” è uso richiedere allo Stato italiano da sempre, in accordo con una spiritosa tradizione Fiat in auge fin dai tempi di Giolitti: privatizzazione dei profitti e socializzazione delle perdite), ai tedeschi, dicevamo, questa prospettiva non li divertiva e hanno preferito rispedire la proposta Fiat al mittente e consolidare (giustissimamente dal loro punto di vista) i legami con la Russia (non è un caso che Schröder che ha svolto un ruolo determinante nella decisione pro-Magna, sia presidente del consorzio North Stream).

In questo scontro Berlusconi non aveva molto da dire e da fare. Volendo essere amico degli USA e contemporaneamente della Russia, sapendo però che la Fiat è a capo del settore del capitalismo italiano più filo-USA e antiberlusconiano (Fiat, patto di sindacato RCS, Unicredit e Banca Intesa), avendo una nutrita riserva di scheletri nell’armadio per la gioia di una magistratura che interviene “just in time”, imbarazzato (inutile che lo neghi) dal gossip di una sinistra che sta raggiungendo un livello polemico di inedita bassezza, incapace con tutta evidenza di agganciare i settori che contano dei “servizi” e di altri apparati dello Stato tradizionalmente pro-USA e anti-Russia, attaccato da giornali notoriamente proletari come il “Financial Times” e avendo quindi valutato che correva il rischio di fare il Cavaliere di coccio in mezzo alle mazze ferrate di cavalieri in armatura pesante, ha deciso di defilarsi.

La sinistra “antagonista” dal canto suo si è data alle comiche finali: fedele nei secoli, come la Benemerita, al conflitto capitale-lavoro (un unico Capitale sovranazionale e un unico Lavoro sovranazionale), si è dimostrata tetragona ad ogni ragionamento e a ogni segnale che proviene dal mondo delle cose.

E’ da quando la “globalizzazione” si è impadronita a mo’ di invasione degli ultracorpi della mente dei compagni che faccio un’obiezione (tra l’altro, se non mi ricordo male, presa in prestito da Samir Amin): durante il conflitto tra Boeing e Airbus, i paladini e i negoziatori non furono i rispettivi amministratori delegati, bensì emissari di Clinton da una parte e dei governi francese e britannico dall’altra.

Così avvertivo fin dagli inizi degli anni ’90. Credevo che mi sarei scontrato con la destra neo-liberista. Invece è da allora che sono attaccato da una “sinistra antagonista” che si stupisce e s’indispettisce che io non creda a un impero ultraimperialistico delle multinazionali e che è spaventata dalla sola prospettiva di dover fare di nuovo i conti con l’idea di stato-nazione.

Quindici anni dopo si può sostituire il caso Boeing-Airbus con quello Fiat-Magna. Esempi che sono destinati ad infittirsi in questa crisi degli assetti capitalistici internazionali dei poteri economici, finanziari e politici. E non “crisi globale del
capitalismo”. Un po’ di sobrietà!

1. Il “capitalismo” in quanto nome del modello di un modo di produzione, ovviamente non è distinto in “capitalismo italiano”, “capitalismo statunitense”, “capitalismo giapponese”, ecc. Parimenti, la filosofia della storia marxista (cosa seria anche se opinabile in Marx, ma pura ideologia nel marxismo) parla del famoso processo evolutivo per stadi (schiavismo, feudalesimo, capitalismo, comunismo) senza ulteriori specificazioni.

Nel I Libro del Capitale, si parla del modello. Era nei piani di Marx arrivare a parlare anche della società capitalista, ma nei sedici anni che separano l’uscita del I Libro alla sua morte, Marx non darà mai alle stampe il materiale elaborato, che parzialmente sarà pubblicato postumo sotto il titolo di Libro II, Libro III e Teorie sul Plusvalore.

Pur lasciando perdere la discussione sul perché di questo black-out marxiano, è comunque un dato di fatto che né editi né inediti parlino di “società capitalistica” al di fuori dello schema di un modello che io ritengo una delle creazioni più alte della civiltà occidentale. Siamo comunque nell’ambito di un modello: sempre più complesso e ricco di dettagli, ma un modello.

Se si contrabbanda un modello (per giunta parziale) con la realtà, la scienza diventa ideologia, come il marxismo novecentesco (ufficiale o eretico) ha ampiamente dimostrato con tutte le sue grandezze e i suoi disastri legati alla Grande Narrazione del Proletariato Salvifico, ovverosia alla storia della Vittima che risorgeva come Salvatore e soprattutto come salvatore universale. Un grandioso affresco al quale era difficile sottrarsi (e infatti io non mi sottrassi).

Eppure alcuni squarci dovrebbero, per lo meno ora, far riflettere sulla distanza tra modello e grande narrazione da una parte, e realtà dall’altra:

a) Karl Kautsky aveva appena finito di teorizzare la tendenza all’ultraimperialismo, cioè a un governo sopranazionale degli interessi capitalistici mondiali, che scoppiò il primo grande macello interimperialistico. Raramente una teoria fu così sfortunata e drammaticamente smentita dalla realtà. E’ stato detto che Kautsky, che era un grandissimo conoscitore di Marx, non faceva altro che portare alle estreme conseguenze il modello. Sbagliato! Non faceva altro che portare alle estreme conseguenze l’identificazione del modello con la realtà.

b) Lenin, pur facendo omaggio teorico all’ortodossia della Grande Narrazione, capì invece che la realtà è “sgradevole, difforme e poco armonica”, cioè è cosa ben diversa dalle armonie formali tessute dalle sue concettualizzazioni. Se non avesse capito questo non avrebbe capito che si stava andando verso una guerra interimperialistica e che la si poteva sfruttare nell’anello più debole dello schieramento. E avendo capito che non esisteva “il” capitalismo, ma esistevano tanti capitalismi caratterizzati da uno sviluppo ineguale indotto dallo stesso meccanismo di accumulazione, capì anche che la lotta per la sovranità degli stati-nazionali poteva avere una valenza antimperialistica. Cosa che è stata compresa da tutta la sinistra per lo meno fino alla guerra del Vietnam, ma poi si è persa.

c) Questa messa in discussione di un capitalismo indistinto, notte in cui tutte le vacche sono nere, e della dimensione totalizzante del conflitto capitale-lavoro aveva un precedente teorico importantissimo. In quella che è forse la sua ultima opera, ovvero le Glosse a Wagner, Marx afferma “Ciò da cui parto è la forma sociale più semplice in cui il prodotto del lavoro si configura nella società attuale, e questa è la ‘merce’ “. Marx quindi non parte dall’estrazione del pluslavoro, ma dalla sua realizzazione in plusvalore, perché i due termini stanno tra loro, possiamo dire, come “suocera” e “nuora”: ognuno ha un senso
ricavato dall’altro (“Secondo il signor Wagner si tratta anzitutto di dedurre il valore d’uso e il valore di scambio dal concetto di valore, e non, come faccio io, a partire da un oggetto concreto, la merce”). Quindi merce, realizzazione del plusvalore, conflitti
intercapitalistici. Un luogo marxiano che successivamente è stato completamente ignorato, perché la politica basata sulla Grande Narrazione Proletaria aveva bisogno di porre l’accento su un’idea fisica di sfruttamento, dimenticandosi di Marx ed Engels e recuperando invece il loro avversario Dühring: la Grande Narrazione doveva fornire l’immagine di un “pluslavoro estratto con la frusta”.

2. Le acquisizioni leniniane si sono perse quando per far fronte alla crisi della propria capacità di far sistema egemonico mondiale (l’inconvertibilità del dollaro in oro, cioè la crisi degli assetti economici strategici usciti dalla II Guerra Mondiale, e la sconfitta definitiva in Vietnam, cioè la crisi della capacità di estendere il proprio ordine geopolitico, sono quasi concomitanti: 1971, 1975), gli Stati Uniti spinsero il modo intero verso la globalizzazione neoliberista.

A nulla valse la franca ammissione del Dott. Kissinger: “Globalizzazione è solo un altro termine per supremazia degli Stati Uniti”: la globalizzazione era dipinta come una naturale tendenza economica (libero-mercato) o addirittura come una conseguenza dello sviluppo tecnologico (Internet); nei casi migliori (estrema sinistra) era vista come un attacco al welfare occidentale e alle masse oppresse del Terzo Mondo da parte di una coalizione sovrastatale di multinazionali, punta di diamante del Sistema Capitalistico e del cui volere l’apparato statale degli USA era solo un fedele interprete.

Nulla ha insegnato la micidiale sequenza guerra del Golfo-guerra alla Serbia- sbarco in Somalia-invasione dell’Afghanistan-invasione dell’Iraq. Per la sinistra moderata erano al più “eccessi” per propositi condivisibili.

Per la sinistra radicale l’invasione dell’Afghanistan e dell’Iraq erano “guerre ingiuste ma inefficaci” (ho riportato letteralmente l’incredibile affermazione di Bertinotti in Parlamento, che dice tutto di questo ineffabile personaggio: se una guerra è ingiusta ci mancherebbe anche che fosse efficace, o sciagurato!).

Per la sinistra “no-global” erano aggressioni neocolonialiste spinte dalle necessità delle multinazionali, nell’ottica della formazione di un “impero” sovranazionale ultracapitalistico. Al più gli USA erano visti come il motore di questo processo.

Che di fatto gli unici eserciti impegnati fossero quello statunitense e quello britannico non suggeriva nulla. Che tutti i partner e alleati degli USA avessero deciso di non sganciare più un quattrino alle asfittiche casse belliche statunitensi non suggeriva nulla, che ci fosse voluto un lunghissimo braccio di ferro per convincere la Francia, la Germania, la Russia e la Cina a consentire una parvenza di copertura politica alle invasioni, non suggeriva nulla: ogni accenno a conflitti interimperialistici per la supremazia era, ed è, tacciato come “ottocentesco” e “reazionario”, se non come “criptofascista” (che almeno si abbia allora il coraggio di dire che anche Lenin era criptofascista così come Ho Chi Min e magari Che Guevara – certi ex estremisti ci sono in effetti già arrivati).

La realtà è che il ristagno dell’espansionismo statunitense, il ritiro della sua marea, porta alla luce giorno dopo giorno ogni genere di spazzatura teorica, politica e ideologica così che ciò che sembrava una novità si scopre che aveva basi vecchissime e corrose dalla salsedine e, cosa più inquietante, che viveva consapevole o meno all’ombra della potenza imperiale statunitense.

Chi se ne frega se quell’idiota di Kissinger ha detto fin da subito che la globalizzazione era solo un modo per riferirsi all’espansionismo di un particolare stato-nazione (tra l’altro proprio quello col più grande melting-pot del mondo: United Colors of Benetton! – che poi è questo ciò a cui pensa la sinistra quando dice di volere un’Italia multietnica, dato che non sa distinguere un concetto dall’altro). Noi, che a differenza di Kissinger siamo dei fichissimi teorici, abbiamo capito che lo stato-nazione multicolorato e guerrafondaio chiamato USA non persegue un vero scopo imperialistico, non sta cercando di rilanciare la sua egemonia in crisi, ma è un’inconsapevole pedina di un disegno sovranazionale e sovrapersonale: la formazione dell’impero del capitale. Ultraimperialismo Novello, Grande Narrazione Proletaria di Ripiego, Piano B dopo la disfatta del comunismo novecentesco.

3. In realtà, il riflusso degli Stati Uniti fa più paura alla sinistra che alla destra. Fa paura alla sinistra riformista per il semplice motivo che essa da Mani Pulite in poi si è suggerita da sola come “badante” italiana degli interessi USA. Anzi: perché esiste e sussiste solo grazie a questo servigio. Fa paura alla sinistra estrema, perché toglie la copertura della globalizzazione alla novella versione dell’ultraimperialismo, aprendo una stagione di conflitti tra i vari segmenti in cui è suddiviso il capitale, conflitti che iniziano a prendere una forte impronta nazionale (ovviamente da negare con ogni espediente retorico e ideologico, sia da chi li conduce, sia da chi li osserva sgomento).

Paradossalmente, alla destra il riflusso USA fa meno paura, innanzitutto perché il Muro di Berlino è caduto per tutti, non solo per il vantaggio di qualcuno. In secondo luogo perché ci si può trovare lo spazio per qualche buon affare: al di fuori di certi forsennati come Paolo Guzzanti, il cuore batte per gli USA sentimentalmente, ma solo finché il portafogli non interferisce. Il capitalismo post-proletario e post-borghese non è molto propenso alle pippe ideologiche, che si riducono alla ripetizione stanca di alcune parole-chiave, per altro le stesse utilizzate dalla sinistra: “libertà”, “liberismo”, “mercato”, “sicurezza”, “sviluppo”, “fedeltà atlantica”. Il capitalismo post-proletario e post-borghese è più interessato a un indottrinamento del consumatore, via TV commerciali, grandi fratelli, reality show (che mandano in brodo di giuggiole anche la sinistra radicale: caso Luxuria docet), culi ben torniti e, soprattutto, grandi e fertili tette. Un apparato di consenso deprimente e squallido quanto si vuole, ma che prelude più alla battitura dello scontrino fiscale nel centro commerciale vicino a casa che non alla trasformazione di Montecitorio in un bivacco di manipoli.

4. E’ in un simile quadro molto pragmatico e dove l’ideologia fa proprio la parte che le compete (ovvero quella del velo di Maya) che Mr. Obama ha fatto eseguire nel laboratorio di fisica applicata dell’Università Johns Hopkins esercitazioni di guerra economica, sotto la supervisione di capi di imprese, accademici, gestori di fondi, responsabili della difesa e di intelligence, civili come militari americani, non di rappresentanti del “capitalismo sovranazionale”.

E’ in questo quadro che Mr. Berlusconi ha pensato bene di stringere ulteriormente i rapporti con la Russia e di tentare una timida autonomia nei rapporti coi paesi produttori di petrolio o di gas naturale: accordo ENI-Gazprom ed ENI-Libia, accordo Italia-Russia per il gasdotto South Stream in concorrenza col Nabucco caldeggiato dagli USA e sostenuto da Bruxelles, apertura diplomatica all’Iran. Ma chi tocca i fili muore.

E’ chiaro che Berlusconi non ha la statura di Mattei ma, forse inavvertitamente, sta toccando gli stessi fili ad alta tensione. Obama ha subito richiamato all’ordine lui e Frattini, ribadendo che la politica energetica dell’Italia e la politica estera dell’Italia le fanno gli Stati Uniti: zitti e a cuccia. Zitti e a cuccia ha ricordato in Italia la sinistra (dichiarazioni del ministro degli esteri ombra Fassino). Datevi una calmata ha ammonito anche il grosso dei notabili di Forza Italia e di Alleanza Nazionale, cioè del PDL.

Zitti e a cuccia ha fatto eco da dietro il suo velo di Maya con sopra dipinti arcobaleni o falci e martelli la sinistra radicale, che coglie ogni occasione per ribadire la propria particolare fedeltà atlantica: quando Berlusconi se ne esce dicendo che abbiamo un
parlamento pletorico e propugna un diverso funzionamento dei processi democratici (e borghesi, si diceva una volta ma adesso, per carità, “assoluti”), in senso oligarchico alla Putin per i suoi avversari, in realtà alla moda degli Stati Uniti o dell’Unione Europea, quando Berlusconi – per altro in modo molto pasticciato – butta lì questa idea, Liberazione se ne esce proclamando che il presidente del consiglio attacca la Costituzione mentre Obama la difende (con metodi singolari: smentendosi da solo su Guantanamo, garantendo l’impunità alla cricca guerrafondaia di Bush e ai suoi torturatori, incrementando il massacro di civili in Afghanistan, foraggiando all’inverosimile le oligarchie finanziarie statunitensi, ecc.).

A me personalmente il napoleonismo di complemento di Berlusconi non piace. Ma trovo irritante questo confronto con Obama, con relativa esaltazione del presidente USA, ennesima riconferma che i residui “comunisti” italiani sono molto più indietro del vescovo di Baghdad che commentando l’elezione di Obama dichiarò: “I presidenti USA cambiano, ma la strategia globale USA è di lunga durata”.

Non mi piacciono nemmeno gli eccessi e gli infantilismi del nostro premier, ma sono estremamente sospettoso dell’antiberlusconismo da curva Sud della sinistra, del giustizialismo dell’IDV, per altro partito di destra, e delle fronde “democratiche” del suo stesso schieramento (Nanni Moretti invitava l’ex comunista D’Alema a dire qualcosa di sinistra, ma a quanto sembra alla fine ha risposto l’ex fascista Gianfranco Fini).

Perché sono così sospettoso? Perché chi tocca i fili muore. Berlusconi non ha né la statura di Mattei, né arriverà mai ad elaborare un piano razionale strategico di indipendenza economico-energetico-geopolitica come fece il presidente dell’ENI decretando da solo la propria condanna a morte (previo metodico attacco mediatico da parte del futuro giornalista antiberlusconiano Indro Montanelli).

No! Berlusconi non è né Mattei, né De Gaulle (e quindi men che meno Napoleone Bonaparte). Tuttavia sta toccando alcuni fili molto pericolosi.

C’era quindi da aspettarsi un attacco concentrico. E sembra essere iniziato. Sentenza Mills (su scheletri nell’armadio che io ritengo assolutamente reali e di cui immagino Berlusconi abbia una buona scorta, ma con tempistica molto sospetta), caso Noemi (Novella 2000 al posto del Capitale, o tempora!), attacco forsennato del Financial Times (“Financial”? Chissà cosa vorrà dire? Chissà di chi è portavoce?). Probabilmente siamo al preludio.

5. In questo quadro potrebbe nascere una guerra civile all’interno del campo di quella che una volta fu la sinistra anticapitalistica, di cui il riflusso della marea imperialistica e iberista sta scoprendo i santini.

Ci sarà sicuramente chi insisterà sulle “battaglie per la democrazia” e per i “diritti umani”, cavallo di battaglia privilegiato da sempre dal ticket USA-sinistra, con tanto di “antifascismo” declinato come difesa degli emarginati, difesa dei migranti, difesa dei diversi, difesa della Costituzione, ma anche attacco ai fascisti di turno: Milosevich, Saddam Hussein e Putin.

No, ferma: sono cose differenti!

Niente affatto! Sono cose convergenti, ci piaccia o meno, lo si voglia o meno. E la convergenza sta nelle cose: è la differenza che sta nella nostra testa. Consapevoli o meno, il velo di Maya della sinistra è una grande copertura dell’ideologia dell’esportazione della democrazia. Infatti la sinistra arriva al notevole capolavoro di fornire una copertura ideologica a una copertura ideologica. Per lo meno la destra si ferma al primo livello e il quadro è molto più chiaro.

Ci sarà quindi chi con l’ausilio di questa doppia copertura ideologica si darà da fare – alcuni sicuramente con le migliori intenzioni – per sconfiggere quel poco di timida, incoerente e inconseguente politica di sovranità nazionale che fa capolino da qualche tempo, non già grazie a statisti di chissà quale livello ma grazie a quell’eterogenesi dei fini di cui la Storia è maestra. Forse primo esempio recente dai tempi di Sigonella.

Ci sarà poi chi sosterrà posizioni come quelle che sto scrivendo. C’è da giurarci che si prenderà del “filo-berlusconiano”, del “fascista”, del “venduto” del “passato dall’altra parte”. D’altronde è poco piacevole ma naturale, cosa ci possiamo fare (a parte richiedere moderazione nei termini, rispetto della storia altrui e buona educazione)? E’ in corso una crisi sistemica e le contraddizioni sono destinate ad approfondirsi in ogni campo.

Cosa farà il “popolo”? Credo che nessuno possa seriamente lanciarsi in affermazioni sull’evoluzione della nostra società. Intanto perché sono obsolete le contrapposizioni binarie usate sia dalla destra che dalla sinistra per interpretare il mondo (due esempi tra tutti: “pubblico-privato” e “progresso-conservazione”; fanno acqua da tutte le parti). Poi perché non è in vista nessuna forza politica che voglia mettere la comprensione della realtà al di sopra della propria autoriproduzione.

Sarebbe comunque utile che si smettesse di pensare che il popolo è sovrano quando vota a sinistra mentre è bue quando vota a destra perché obnubilato dall’oligarchismo mediatico del premier. Non mi sembra il massimo del pensiero democratico. Certo, so anch’io che la televisione è una “psico-tecnologia”, per dirla con De Kerckhove, e che la sovraesposizione ai modelli veicolati dai media non è senza conseguenze. Però vorrei ricordare che una volta la RAI era tenuta sotto strettissima sorveglianza dalla Democrazia Cristiana (per la precisione da Ettore Bernabei, soprannumerario dell’Opus Dei, mica un boy scout), che tutta la grande stampa nazionale era “borghese” e filogovernativa, che alle elementari eravamo obbligati a cantare “Fratelli d’Italia” e la canzone del Piave (nella mia classe bisognava anche recitare l’Ave Maria tutte le mattine benché fosse una scuola statale intitolata al socialista risorgimentale Carlo Pisacane), che per tutte le medie si andava a scuola col grembiule (e la mia straordinaria professoressa di lettere lo ha preteso anche al ginnasio per una questione di egalitarismo: non bisognava esibire le differenze di censo).

Nonostante tutto ciò, c’era il più grande partito comunista dell’Occidente, c’era una classe operaia combattiva e ci fu il Sessantotto con anni costellati di manifestazioni e di scontri violentissimi, con celerini e fascisti da una parte e la sinistra extraparlamentare dall’altra a urlare che la classe operaia doveva dirigere tutto, che i presidenti USA, sia repubblicani sia democratici, erano boia e che l’Italia doveva uscire dalla NATO. Non sapevamo che USA e UK avevano già risolto quest’ultima questione facendo mettere dalla mafia una bomba sull’aereo di Mattei – considerato dagli anglosassoni “l’uomo più potente d’Italia dopo Giulio Cesare” – eliminando così l’immediato nemico e lanciando ai notabili democristiani
un solido avvertimento per ricordare loro che lo sviluppo misto parakeynesiano dell’Italia era a sovranità limitata.

E infatti quando non servì più fu smantellato, smantellando per prima cosa i partiti che sull’economia mista vivevano e lucravano: e fu Mani Pulite.

Qualcuno si vuole finalmente domandare come mai la DC notoriamente corrotta, contro la quale per oltre quarant’anni si erano tentate infruttuosamente decine di azioni giudiziarie, i cui notabili erano additati come impuniti approfittatori e speculatori da milioni di Italiani, tutt’a un tratto ha perso la sua rete di protezione subendo gli affondi dei magistrati (che come tutti sanno sono sempre dalla parte del popolo e lontanissimi dai centri di potere – non è questo che ci ha insegnato Marx? Ops!: forse mi sto sbagliando)? Qualcuno si vuole finalmente domandare perché tutto questo è successo solo dopo la caduta del Muro di Berlino? Perché tutto questo si è svolto in parallelo all’inizio della globalizzazione neoliberista
e alla seconda tornata di finanziarizzazione dell’economia mondiale? Perché ha preluso allo smantellamento dell’IRI e alla svendita dei suoi gioielli (ne sono stato testimone), seguita dai primi attacchi all’ENI con l’unbundling della SNAM in una società commerciale e in una di trasporto del gas (e anche di questo sono stato testimone), smembramento esaltato dall’allora ministro dell’industria di centrosinistra Enrico Letta come inizio di una serie di liberalizzazioni nel comparto energetico più incisive di quelle della signora Thatcher?

6. Io credo che assisteremo ad altri affondi nazionali e internazionali contro Berlusconi a seguito dei quali si apriranno due possibilità. Scenario A: Berlusconi tirerà i remi in barca, smetterà le sue arie da statista di livello internazionale, chiederà scusa agli americani e cercherà di gestire ciò che gli sarà concesso di gestire. Ma sarà la fine dei suoi sogni di grandezza. Business as usual.

Si apre così la possibilità dello Scenario B: Berlusconi tira la corda, fa melina con gli Americani ma continua nella politica degli affaracci suoi internazionali con oggettivo recupero di sovranità nazionale da parte dell’Italia e crescente irritazione da parte degli USA. Per far questo avrà bisogno di protezione: non avendo sponde nei cosiddetti “poteri forti”, gli appelli al “popolo” si infittiranno e rincarerà la dose di cesaropapismo.

A quel punto se ne vedranno delle belle.

La fronda filoamericana all’interno del PDL potrebbe portare a un rimescolamento politico con l’apertura di un fronte centrista formato da una parte del PD, una parte del PDL e incollato dal mastice dell’UDC. Con verosimile appoggio esterno della sinistra radicale in nome dell’antifascismo, della democrazia, dei fronti uniti, della Guerra di Spagna, della Resistenza e delle magnifiche sorti e progressive. Ovviamente si tratterà della “resistenza ,di Novella 2000” contro il “fascismo delle Veline” (e a che altro potrebbe puntare un uomo politico ambizioso al quale i poteri forti e gli apparati fanno la fronda?).

Se questo fronte filoamericano dovesse prevalere saremmo tutti “liberati”. Tana! Avremmo più spazi alternativi, più sballo giovanile garantito in zone appositamente predisposte, magari un rilancio della pubblicistica anche di estrema sinistra e una vivace dialettica interna allo schieramento a colpi di PACS sì-PACS no, suicidio assistito sì suicidio assistito no, staminali sì-staminali no, crocefisso sì-crocefisso no, velo sì-velo no: in altre parole i punti nodali della crisi mondiale. Gli intellettuali avranno argomenti su cui discutere e sui quali far discutere il popolo finalmente liberato dalla tirannia mediatica di ,Mediaset.

Il tutto condito da veli ideologici, che copriranno veli ideologici, che copriranno veli ideologici e così via finché si riuscirà ad arrivare ai livelli dei precordi schivando metodicamente l’impatto con le cellule grigie. Insomma, saremmo tutti più contenti. Ma avremmo sul groppone un’oligarchia famelica, piena zeppa anch’essa di scheletri nell’armadio che però nessun magistrato sarà intenzionato ad aprire e se per caso lo fosse non gli verrebbero mai consegnate le chiavi (in , compenso passerebbe guai seri). Un’oligarchia, per giunta, al servizio degli USA che in questa situazione di crisi penseranno quasi esclusivamente a come rapinarci non avendo nessuna possibilità di lanciare un nuovo Piano Marshall (dato – sia detto incidentalmente – che gli unici che lo potrebbero fare non sono White-Anglo-Saxon-Protestant, ma hanno gli occhi a mandorla e se ne stanno in Asia).

7. Ma a questo punto mi chiedo se gli “emarginati” e i “diversi” e soprattutto se le “masse lavoratrici” e la classe media trarranno un vantaggio da questa situazione o inizieranno invece a maledire la sinistra, i suoi simboli, i suoi “ideali” e tutta la sua storia, compresi Marx, Lenin, Che Guevara, la Comune di Parigi, il termine stesso “comunismo” e magari insieme ad essi anche Gesù Cristo. Un bel risultato!

Non solo: mi chiedo anche se magari a quel punto non verrà evocato, e per giunta dal basso, un uomo della Provvidenza. Allora sì che saranno guai. Altro che il “papi”.

8. Dobbiamo allora sostenere Berlusconi per lo meno su alcuni aspetti parziali della sua politica in un eventuale Scenario B?
Il discorso potrebbe prendere subito brutte pieghe: sostegno al suo crescente populismo, al suo crescente cesaropapismo, a un crescente decisionismo con intolleranza per le regole e per le stesse procedure per cambiarle.

Ma il problema realmente di fondo è un altro ed è il seguente: l’unico modo serio e legittimo per sostenere Berlusconi sarebbe quello della corda che sostiene l’impiccato, come diceva Lenin riguardo a Kerensky. Solo che noi non abbiamo la corda, così il nostro sarebbe un puro e semplice sostegno.

Niente corda, niente impiccato.

“Excellent!” I cried.
“Elementary,” said he.
Conan Doyle

Piotr
2 giugno 2009

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