L’attuazionismo in Sorel e il concetto di comunità
Comunità Comuniste

Introduzione

Le Riflessioni sulla violenza rappresentano uno sguardo lucido e appassionato sul tempo storico nel quale Sorel vive. Egli vi prende parte da una prospettiva particolare: quella di un uomo la cui esigenza è di coincidere con il proprio pensiero, di assumere una coerenza che non teme la contraddizione, di non disdegnare di ritornare più volte su un argomento per riformularlo o per arricchirlo d’ulteriori considerazioni. Sorel intende essere un uomo che rifiuta la mediocrità e non teme di essere considerato marginale. Egli è cosciente che il suo modo di procedere è costellato da limiti e da una mancanza di metodo inteso come ufficialità accademica. Preferisce rivolgersi ai suoi pochi lettori1 e correre i rischi che ciò comporta. Seguire un metodo, uno schema, significherebbe chiudersi dentro un cerchio dorato per impedire a fatti nuovi di disturbare l’edificio razionale. Il pensiero è sempre in costruzione. Esso rappresenta l’atto vitale nel quale imprevedibilmente l’irrazionale irrompe. Non ama gli intellettuali da qualsiasi parte politica provengano, in quanto il loro scopo è solo quello di ristabilire lo Stato, e il più delle volte di rafforzarlo, per farne un proprio oggetto, una conquista personale.

La delusione nei confronti della pratica riformista dei partiti socialisti porta Sorel ad elaborare una teoria del sindacalismo rivoluzionario fondato su quattro principi: la totale scissione della classe operaia come momento di elaborazione di una propria coscienza, il valore morale della lotta di classe, la violenza come metodo di lotta, il mito dello sciopero generale.2

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